classificazione diagnostica

DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO

Il termine “disturbo autistico” è stato introdotto per la prima volta dallo psichiatra viennese Leo Kanner nel 1943: a seguito della sua descrizione di 11 bambini colpiti da questo disturbo, la nozione di “autismo” entrò a far parte della cultura scientifica, delle classificazioni mediche ufficiali e della cultura popolare. Tuttavia, è ragionevole pensare che l’autismo sia sempre esistito e che persone affette da questa sindrome siano nate e vissute nei secoli precedenti a questa “scoperta” e codificazione. Houston R., Frith U. (2000), Autism in history: The case of Hugh Blair of Borgue, Blackwel, Oxford.

I Disturbi dello Spettro Autistico rappresentano una sindrome comportamentale, ad eziologia sconosciuta, causata da un disordine dello sviluppo biologicamente determinato, con esordio entro i primi 3 anni di vita, caratterizzata da una compromissione generalizzata in diverse aree dello sviluppo:

1. Scadente Interazione sociale reciproca

2. Alterata comunicazione verbale e non verbale

3. Comportamenti, interessi ed attività ristretti, ripetitivi e stereotipati

Nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM V – 2013) la triade sintomatologica diventa una diade: il deficit comunicativo e quello di reciprocità sociale vengono infatti uniti a formare una sola categoria, definito “deficit nella comunicazione sociale”. Di conseguenza, insieme al deficit di comunicazione sociale, per assegnare una diagnosi di autismo devono essere presenti dei comportamenti ripetitivi e stereotipati (come stereotipie motorie o verbali, interessi circoscritti e resistenza al cambiamento). Sempre nel DSM-V vengono introdotte altre novità che andremo sinteticamente ad elencare:

1. il termine “Disturbi Pervasivi dello Sviluppo (PDD)” viene sostituito con il termine “Disturbi dello Spettro Autistico”;

2. i diversi sottotipi di PDD (autismo, sindrome di Asperger, disturbo disintegrativo, disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato) vengono sostituiti da un’unica diagnosi, quella di “Disturbo dello Spettro Autistico”, che li comprende tutti;

3. la sindrome di Rett non è più inclusa nell’autismo

La diagnosi di disturbo dello spettro autistico ora conterrà inoltre l’indicazione del livello di gravità dei sintomi, espresso in una scala che va da 1 a 3 punti in base ai livelli di assistenza necessari che andranno da un minimo (1) ad un massimo 3 (assistenza costante e globale).Infine i nuovi criteri indicano anche la possibilità di una diagnosi comorbida ossia in compresenza di più condizioni psicopatologiche ad esempio Autismo + ADHD.

la sindrome di ASPERGER

Particolare interesse riveste ancora oggi la sindrome di ASPERGER (in onore di HANS ASPERGER) per la singolarità dei profili presentati da questi bambini. Tuttavia i criteri diagnostici del DSM IV per la sindrome di Asperger sono molto simili a quelli dell’autismo: in entrambi i casi, si fa riferimento a deficit nell’area della reciprocità sociale, della comunicazione e alla presenza di comportamenti rigidi e ripetitivi; l’unica differenza di rilievo è il criterio di una storia di sviluppo linguistico nella norma nel caso della sindrome di Asperger. In altre parole, un bambino che impara a parlare all’età giusta, ma ha tutti gli altri sintomi (comprese le difficoltà nell’usare il linguaggio correttamente nel contesto di uno scambio sociale) rientra
nella categoria di sindrome di Asperger e non in quella di autismo. Dato che non esistono differenze sostanziali nel profilo comportamentale e neuropsicologico dei soggetti appartenenti alle due classificazioni cliniche, e dato che la ricerca ha dimostrato che le due condizioni sono associate agli stessi fattori di rischio genetico, la distinzione tra autismo e sindrome di Asperger è stata ora abolita.

Interventi Riabilitativi

Esistono diversi modelli possibili alcuni maggiormente accreditati altri sperimentali la cui efficacia non è stata ancora completamente dimostrata. Le ricerche scientifiche e l’esperienza clinica identificano alcuni fattori comuni a tutti i modelli di documentata efficacia, che sembrano far funzionare un intervento:

1 la precocità (deve iniziare non appena sussista il forte sospetto di diagnosi di autismo);
2 l’inventività (in genere si parla nelle fasi iniziali di 15-20 ore a settimana);
3 l’adattamento delle strategie educative e degli obiettivi di apprendimento all’età anagrafica e all’età di sviluppo del bambino;
4 l’utilizzo di strumenti di valutazione per determinare il profilo di punti di forza e punti deboli e, conseguentemente, le esigenze educative e gli obiettivi di apprendimento;
5 un basso rapporto operatori-alunni;
6 il coinvolgimento della famiglia;
7 l’enfasi su obiettivi di apprendimento nelle aree di comunicazione, socializzazione e del comportamento adattivo;
8 il riferimento a strategie educative ispirate al modello cognitivo-comportamentale, ma all’interno di una visione integrata che tenga conto delle caratteristiche dei bambini nelle diverse aree di sviluppo e dell’interrelazione tra le diverse aree;
9 l’utilizzo di strategie di generalizzazione e mantenimento delle abilità acquisite;
10
la predisposizione di periodiche valutazioni e aggiustamenti del piano educativo.

Incidenza

Negli ultimi anni si ha l’impressione che la percentuale di bambini con sintomi autistici sia notevolmente aumentata. In taluni casi si è perfino parlato di epidemia diagnostica con relativa ricerca di cause reali o presunte. Indubbiamente oggi ci sono molti più bambini che ricevono una diagnosi di autismo rispetto a venti o dieci anni fa. I dati di prevalenza nel 2001, per esempio, indicano che l’autismo colpisce circa un bambino su mille; l’ultima stima calcolata dalle autorità americane parla di uno su 88. Che l’epidemia sia reale o apparente, quello che è certo è che l’autismo non è una condizione rara come si pensava un tempo; se le stime sono corrette, si tratta di un disturbo più comune dei tumori infantili, del diabete, della sindrome di Down e delle paralisi cerebrali infantili.

Prognosi

La maggior parte dei bambini con autismo diventano adulti con autismo. Un dato interessante è che più precoce è la diagnosi di autismo, più alta la probabilità che il bambino vada incontro a miglioramenti molto significativi e, in taluni casi, ad una tipicizzazione dello sviluppo. Rispetto a quest’ultimo punto il dibattito è molto acceso e le ipotesi sono diverse. I più scettici sostengono che ci sia stato un errore di valutazione iniziale, dovuto alla difficoltà nello stabilire la diagnosi nei soggetti più piccoli. In base a questa prospettiva,
i bambini non “escono” dalla diagnosi di autismo; semplicemente non hanno mai avuto sintomi autistici e sono stati “diagnosticati” per errore. Altri sostengono che i fattori di rischio biologici determinino in alcuni bambini una traiettoria evolutiva simile a quella dell’autismo che tuttavia, invece di consolidarsi nel tempo, cambia, in seguito a fattori esterni (per esempio un intervento precoce) o a fattori di maturazione biologica che ancora non comprendiamo.

CHIAMA ORA

per richiedere una consulenza presso lo studio di Neuropsicologia del Dott. Giuseppe Zanzurino